In difesa della comfort zone

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Lo ammetto, l’immagine della zona di comfort non è tra le mie preferite, per un paio di ragioni. In primo luogo, non amo la retorica motivazionale, le frasi del tipo “la vita comincia al di fuori della zona di comfort”.

Quell'idea che il senso della vita stia sempre da un’altra parte, che ci sia sempre bisogno di una sfida, che si debba sempre superare i propri limiti...Uff...ecco, se la mettete così allora lo dico subito, non fa per me.


La seconda ragione è che anche i miei pazienti in genere protestano parecchio, alla prospettiva che si debba uscire dalla zona di comfort. Ma come - obiettano - se la zona di comfort è proprio dove si sta più bene...perché mai dovremmo abbandonarla e andare a ficcarci in situazioni stressanti? 

Da dove nasce questa prescrizione?


LE ORIGINI

Il modello di riferimento risale addirittura al 1907, ed è conosciuto come “La curva rovesciata” di Yerkes e Dodson. Secondo questo modello, c’è una precisa relazione tra prestazioni e livello di stress. In uno stato di totale assenza di stress le prestazioni sono scadenti, come se mancasse qualcosa. Se l’ansia inizia a salire, ma si mantiene entro uno stato di vigilanza, le prestazioni migliorano fino a raggiungere un livello ottimale. Se il livello d’ansia sale ulteriormente trasformandosi in panico, lo stress eccessivo interferisce sulle prestazioni, che precipitano.


 


Questo modello è considerato tuttora valido, in linea di principio. Tuttavia, oggi la relazione tra prestazione e stress è considerata molto più complessa, perché si tiene conto di tanti altri fattori come per esempio il carattere, il temperamento, la difficoltà del compito, la situazione.


IL MODELLO A TRE ZONE

Negli anni ‘70 Karl Rohnke, un addestratore dell’esercito degli USA, elaborò il modello della curva rovesciata e introdusse il concetto di Zona.



Zona di Comfort. E’ l’insieme delle situazioni e delle attività che ci sono più familiari. CI sentiamo a nostro agio, al sicuro, ma in questa zona non c’è crescita. Possiamo sostare qui per raccogliere le nostre forze o aspettare tempi migliori, ma se non ne usciamo mai Il rischio è quello di annoiarsi, perdere di vista gli obiettivi, sentirsi intrappolati.

Zona di crescita. In questa zona ci spingiamo un po’ fuori dalle nostre abitudini per affrontare qualcosa di sconosciuto. Ci sentiamo entusiasti, ben disposti ad imparare qualcosa di nuovo o a fare una nuova esperienza. Siamo i protagonisti di questa scelta, l’apprendimento sarà ottimale.

Zona di panico. Se ci allontaniamo troppo dalla zona di comfort, ci sentiamo sopraffatti e spaventati. Proviamo una sensazione di pericolo, il disagio è così grande da interferire con qualunque apprendimento.


ESPANDERE LA ZONA DI COMFORT




Proviamo a cambiare prospettiva e a guardare il modello a tre zone dall’alto.

Se l’idea di abbandonare la zona di comfort ci spaventa così tanto, probabilmente è perché non consideriamo che tra comfort e panico esiste una via di mezzo. Una zona di crescita, dove possiamo osare con qualche piccolo esperimento. Con dolcezza e gradualità, senza esagerare. 

Non si tratta di abbandonare la comfort zone, ma di espandere i suoi confini, incorporando nuove abitudini e nuove abilità. Rispettando la propria natura,  considerando che il bisogno di tranquillità e di sicurezza è del tutto legittimo e che non serve affatto sottoporsi a prove estreme.

Che ne dici, funziona meglio, così? Per me sì, funziona!


Quanto sei pronto ad espandere la tua zona di comfort? scoprilo con il mio test: 

https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLScmO_DltR6RdczHwEks1SMtIVT44emx5wNmv5ak9x0tw6353A/viewform

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